C   H   I      S   I   A   M   O
Storia Associazione Pordenone e dintorni Carlo Cattaneo

 

Carlo Cattaneo da giovane.
Incisione tratta da un acquarello
di Ernesta Bisi, 1826

 

Carlo Cattaneo nacque a Milano il 15 giugno del 1801 e morì il 6 febbraio 1869 a Castagnola, vicino a Lugano. Studioso di problemi economici e sociali, discepolo di Gian Domenico Romagnosi, ispirò la sua attività al proposito di promuovere gradualmente, attraverso il progresso scientifico, l'evoluzione politica dell'Italia. Così egli si adoperò assiduamente per realizzare un miglioramento delle condizioni economiche e sociali del Lombardo-Veneto al fine di assicurarne l'autonomia in seno all'Impero asburgico e pensava che un analogo processo di sviluppo politico nelle altre parti d'Italia avrebbe dovuto condurre, infine, alla formazione di una federazione italiana indipendente. In Carlo Cattaneo c’era una fortissima attenzione per le questioni della libertà tanto che sosteneva che  «bisogna pensare a costruire un’unificazione italiana a partire dalla libertà e non già a partire dallo Stato unitario». Cioè si deve prima pensare ad uno Stato che garantisca il massimo della libertà e solo successivamente si potrà procedere all’unificazione italiana. Affermava, inoltre, che il vero problema politico consistesse nel formare una vera coscienza unitaria nei popoli italiani proiettata ad un autogoverno e che le riforme dovessero avvenire in modo graduale per dare il tempo a tutti di adattarvisi. Di formazione e di cultura positivista, nutrì un'assoluta fiducia nel progresso tecnico-scientifico come mezzo di elevazione materiale e morale dei popoli. Eletto più volte deputato, non andò in Parlamento per evitare di prestare giuramento alla corona.

 

PROGRESSO E “INCIVILIMENTO”
NELLA LIBERTà

L’attualità della figura e del pensiero
di Carlo Cattaneo

di Ettore A. Albertoni

 
La figura e l’opera intellettuale di Carlo Cattaneo (1801-1869) sono state per un periodo lungo (davvero troppo lungo!) più note per generica e confusa nomea che per conoscenza diretta del Grande Milanese e del suo pensiero. Per fortuna, con il formarsi, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, di una cultura politica ed istituzionale di accentuato e consapevole carattere federalista, questo importante quanto originale pensatore ha cominciato ad uscire dalle nebbie nelle quali l’ideologia retorica ed ingannatrice del centralismo statuale-unitarista e romanocentrico l’aveva iniquamente relegato, per assumere il ruolo che doverosamente gli va attribuito nell’ambito degli studi politici nel senso più alto del termine. Ma anche entro il complesso perimetro della moralità civile di un Paese come il nostro che, da sempre, cerca invano di elaborare e vivere fuori da retoriche d’occasione e da mistificazioni ideologiche e partitiche una propria non artificiosa identità comunitaria e nazionale. Cattaneo – ad onta, infatti, di tutte le elucubrazioni meno credibili e di tutte le chiacchiere assordanti che hanno cercato dal secondo Ottocento ad oggi di dare una risposta ed una soluzione all’irrisolto “problema italiano” – è diventato e resta sempre più una figura centrale e non prescindibile per quanti ritengono che per risolvere questa ormai secolare questione occorra, secondo le sue anticipatrici visioni, un’adesione costante e tenace ai valori delle libertà e, soprattutto, a quella concezione potenziata e realistica della democrazia che è il federalismo.

La legittimazione piena di questa perdurante presenza di Carlo Cattaneo nasce dall’attualità delle sue stesse riflessioni sulle storie plurali di un Paese che, con le sue molteplici, non cancellabili diversità culturali ed esperienze storiche – che si collocano con grande impatto entro i maggiori processi storici delle civiltà umane – è senz’altro più antico e significativo dello Stato burocratico ed invasivo che si è formato solo poco più di 130 anni fa quale prima conclusione del processo di formazione dello Stato attraverso l’unificazione risorgimentale. Uno Stato che – nella continuità regia, poi fascista ed ora postfascista – è passato di crisi in crisi proprio perché nella ricerca di velleitarie “missioni” e di fittizie “identità” si era gettato subito alle spalle ed aveva quasi dimenticato, per l’incoscienza delle sue diverse classi dirigenti, le grandi storie di cui furono impareggiabili protagoniste le sue più autentiche ed originarie Comunità politiche e culturali: la Serenissima Repubblica di Venezia e Roma cattolica, Firenze e Genova, Milano e Palermo, Napoli e Mantova, nonché i cento e cento Comuni (grandi e piccoli). Esse, proprio grazie alle loro profonde differenze territoriali, hanno dato vita ad una poliedrica quanto originalissima “Comunità italiana”, che esiste solo grazie al suo pluralismo perché non appiattibile ed omologabile entro i meschini quanto tirannici schemi amministrativi ed istituzionali, i quali furono sempre centralisti sia quando si presentavano nell’Ottocento come “giacobini” (poco conta se di ispirazione monarchico-liberale o repubblicano-mazziniana), ovvero quando nel Novecento si qualificavano “nazionalisti” o “social-nazionalisti” alla fascista, oppure “nazional-popolari” nella composita quanto confusa e mistificatoria ideologia comunista italiana che fu graniticamente stalinista e, insieme, gramsciana-togliattiana. In realtà lo schema centralizzatore dominante, in molteplici forme e storicamente compiuto, non fu istituzionale e “politico” nel senso costruttivo e duraturo del termine. Ebbe, invece, significato pragmatico e di non piccola durata rispetto alla breve vita dello Stato centralista italiano (oltre mezzo secolo dal 1945) quando diede vita ad una “unità” politica su base partitica e di spartizione del potere con il consolidarsi dello “Stato dei partiti” nella sua più lunga e più blanda pratica democratico-cristiana, che fruiva del modesto collante ideologico-giuridico – anch’esso “unitario” – della Costituzione repubblicana del 1948. Di quest’ultima da decenni stiamo costatando non solo l’obsolescenza culturale ed istituzionale ma anche gli effetti conservatori e retrogradi rispetto ai problemi posti dallo sviluppo e dalla trasformazione dell’intera Comunità italiana.

Lo Stato uniformatore, non certo amato ed apprezzato da Cattaneo, volendo sempre perseguire astratte ideologie e giacobinismi d’accatto sfuggì, quindi, nella sua mediocre e contraddittoria vita alla sfida cruciale e definitiva che da tempo si era posta in termini perentori. Ha volutamente rifiutato di affrontare e risolvere il nodo essenziale e condizionante del “problema italiano” e, perciò, non è riuscito mai a trovare per i suoi cittadini e le loro Comunità gli equilibri dovuti e doverosi tra la forza delle fondamentali e durature realtà “locali”, con i diritti-doveri dei territori e delle città, e le sfide sempre più frequenti e dure dei diversi “globalismi” che si sono succeduti nel mondo moderno e che sempre più si succedono nella nostra tormentata contemporaneità. Da qui nasce ancora oggi il perdurante interesse per Cattaneo, pensatore a noi più che mai vicino per coraggio intellettuale e morale e per disincanto e positivo realismo nell’affrontare gli annosi ed irrisolti problemi della società civile e dell’ordinamento politico.

Morto da 135 anni, Carlo Cattaneo è oggi più presente che mai tra noi infatti. È pacifica costatazione che sono ormai molte e qualificate le iniziative organizzate un po’ a tutti i livelli – di ricerca, studio, approfondimento e riferimento ideale e culturale – che si richiamano a lui ed al suo pensiero. Esse sono sorte e sono state fortemente stimolate dalla nascita e dal notevole sviluppo negli anni Ottanta del secolo scorso di un significativo e combattivo Federalismo politico, sociale e culturale che, per la prima volta nella storia dell’Italia unita, ha dato vita, con la Lega Nord, ad un vasto ed articolato Movimento presente nella società, nei Comuni, nelle Province e Regioni, in Parlamento e nel Governo del Paese. Un Movimento che vede in Cattaneo un simbolo ed una garanzia di serietà e coerenza in un universo politico italiano dominato sempre più dalla politica politicante dei retori e degli imbonitori.

 

 

Città e regioni: pilastri del federalismo culturale
di Carlo Cattaneo

 

Della cultura settecentesca – che era stata a Milano ed in Lombardia giuridica, sociale, economica e scientifica con fortissimi contenuti e risultati riformatori sulla scia del magistero di Pietro Verri (1728-1797) e di Cesare Beccaria (1738-1794) e poi, soprattutto, di Giandomenico Romagnosi (1761-1835), l’amato Maestro di Cattaneo – il pensatore milanese fu certamente il pragmatico e positivo continuatore. Cattaneo operò questa preziosa sintesi e selezione del pensiero riformatore lombardo e correttamente la ancorò ad una nuova visione della storia derivata, con congrui adattamenti ed interpretazioni, anche da Gian Battista Vico (1668-1744), il cui pensiero aveva iniziato a circolare in Lombardia alla fine del Settecento, quando arrivarono a Milano molti intellettuali esuli dalla disfatta della Repubblica Partenopea.

Questa composita formazione intellettuale distac­cò il pensiero e l’opera di Cattaneo in modo netto quanto originale dagli schematismi astratti dell’Illuminismo francese di cui non poteva certo accettare né la teorizzazione né la pratica politica del “dispotismo illuminato”. Seppe, però, collegare sempre nel suo lavoro intellettuale questo rilevante retroterra culturale e speculativo alle esperienze personali, tra le quali fondamentali furono certamente gli apporti che gli erano derivati dagli stimoli intellettuali e dagli umori politici appassionati di una Milano post-napoleonica che era stata capitale di un importante Regno e che aveva avvicinato e fatto conoscere tra loro popoli e comunità delle aree settentrionali e padane; una Milano che dagli anni Venti in poi coabitava con difficoltà sempre più crescenti entro un Impero come quello asburgico che si avviava al suo declino.

Cattaneo partecipò, sempre da uomo di pensiero più che da politico o da uomo d’azione, alle vicende ed alle battaglie dei suoi tempi. In particolare coltivò i più moderni studi statistici, storico-letterari, di indagine sociale e produttiva nei campi agricolo, delle scienze e delle stesse tecnologie, dei trasporti, della geografia e degli assetti amministrativi e giuridici che andavano via via sviluppandosi in Inghilterra, allora patria della industrializzazione nel mondo, ed in Francia, in quel periodo il tormentato laboratorio ideologico e politico dell’Europa. In questo modo egli dimostrò non solo una notevole originalità di pensiero ma anche una sino allora inedita quanto innovativa capacità di ricerca e di rielaborazione delle maggiori culture europee per il loro inserimento, non schematico né servile, entro la specificità del contesto lombardo – meglio si potrebbe dire lombardo-veneto – nel quale sempre e in via primaria riconobbe il suo precipuo campo di riflessione e di intervento riformatore a netta ispirazione radicale. Certamente Cattaneo fu l’espressione compiuta e – per il suo tempo e nell’area italiana – piuttosto solitaria di un orientamento complessivo di vita e di pensiero che fu orgogliosamente e consapevolmente borghese, conseguentemente liberale e federalista-democratico secondo la grande lezione che aveva maturato dalla riflessione sulla storia recente del grande rinnovamento politico testimoniato dalla organizzazione giuridica e sociale degli Stati Uniti d’America e dalla sua ricezione e adeguamento nella pluricentenaria vita confederativa della Svizzera.

La nazione la concepiva come Federazione di città e, quindi, come raccordo tra tante e diverse realtà territoriali-regionali, tutte con le loro storie, culture, psicologie sociali e con diversificati costumi e livelli di sviluppo sociale ed economico. La Federazione, sia entro gli ambiti italiani che, a maggiore ragione, entro quelli europei, rappresentava per Cattaneo la forza dell’unione libera di popoli consapevoli che, anche negli ordinamenti civili e costituzionali, è insopprimibile la ricchezza della diversità e delle differenze che rende i cittadini fieri ed orgogliosi delle loro Comunità e delle loro identità. Ne conseguì che il suo Federalismo – con le sempre più puntuali e concrete motivazioni economiche e sociali – fu di portata totalmente europea ed internazionale e rappresentò una visione filosofica della società e degli individui in essa operanti prima che un assetto giuridico-costituzionale e politico dello Stato.

Già prima dell’esperienza intensa e ventennale nel Canton Ticino dopo la sconfitta della rivoluzione lombarda del 1848 Cattaneo aveva elaborato una ricerca assai importante su quella realtà di lunga durata e di complesse storie che era già la “Lombardia-regione”, analizzata e documentata nel suo importante ed insuperato saggio Notizie naturali e civili su la Lombardia (1844). Con questa ricerca essenziale ed ancora attualissima lo stesso Autore aveva anticipato nel suo “Avviso al lettore”, con cui apre il testo, che il suo intento era di realizzare questa ricerca sulla Lombardia approfondendo anzitutto «una certa unità di concetto» e raccogliendola sotto la denominazione “regione”. Risulta, perciò, evidente la sua precisa intenzione di superare l’insufficiente e frammentario approccio che aveva sino allora descritto e considerato come centrale lo studio della «centèsima» o della «trecentèsima particola del bel paese» a scapito della rilevanza che assume il territorio ed il suo pluralismo entro la dimensione geografica e culturale “regionale”. La Lombardia, quindi, come «la Venezia» o «la Toscana». Un macro-territorio diremmo con terminologia odierna che Cattaneo, con il linguaggio suo proprio, identificava e scopriva già allora nei suoi dati costitutivi come una «regione d’Italia, naturalmente e civilmente dalle altre distinta, a cui per singolari circostanze rimase circoscritto il nome già sì vasto e variabile di Lombardìa». Così facendo egli poneva per la “sua” Lombardia il grande ed attualissimo tema di una entità territoriale composita e complessa sotto ogni profilo ma certamente capace di esprimere insieme autonomie e sinergie mirate all’incivilimento continuo, al rispetto ed al libero sviluppo delle molteplici Comunità che la compongono. Secondo l’intento dell’autore queste Notizie non dovevano essere affatto un «libro d’occasione» ma, piuttosto, un impegno di studio e di interpretazione da realizzare su basi scientifiche e sperimentali per la Lombardia nella consapevolezza di costruire un esemplare “modello” e con il sentito auspicio che esso potesse diventare generale ed estensibile a tutte le altre “regioni” d’Italia. Se pensiamo alla data di quest’opera – 1844 – non possiamo non riconoscere quanto fossero autoctone le stesse premesse filosofiche, culturali e sociali del Federalismo cattaneano.

Le Notizie rappresentano un fondamentale testo per la conoscenza del pensiero di Cattaneo e si collocano dal punto di vista temporale su un rilevante spartiacque della storia lombarda e italiana. Infatti lo scrittore, dopo essere stato dal marzo all’agosto 1848 protagonista di una stagione eccezionale della storia durante la Rivoluzione milanese e poi lombarda, dagli inizi del 1849 e sino a tutto il 1869, l’anno della sua morte, si trasferì stabilmente nella libera Svizzera, a Castagnola vicino a Lugano, nel Canton Ticino che stava allora costruendo la sua statualità che era, insieme, liberal-radicale, democratica e soprattutto federalista.

Al quadro culturale, scientifico ed interpretativo della realtà della Lombardia e della sua complessa identità egli aggiunse – dopo le vicende del’48 analizzate e sofferte nelle pagine della Memoria Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra (1849) – la consapevolezza che fosse più che mai necessaria un’adeguata riflessione anche sull’origine stessa degli ordinamenti politici e istituzionali. Un’attenzione particolare va, a questo punto, rivolta ad una delle sue più compiute ed interessanti opere organiche, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, che pubblicò nel 1858 dopo quasi un decennio di vita e di esperienze ticinesi. In questo saggio procedette ulteriormente nella sua precedente analisi. Pose, infatti, come punto ben fermo al suo pensiero il principio, essenziale da un punto di vista federalista, di come nella realtà plurale e pluralista dell’intera area italiana le città avessero rappresentato «l’unico principio per cui possano i trenta secoli delle istorie italiane ridursi a esposizione evidente e continua». Esse erano state davvero un “filo ideale” senza del quale precisò che «la memoria si smarrisce nel labirinto delle conquiste, delle fazioni, delle guerre civili e nell’assidua composizione e scomposizione degli stati».

È più che legittimo vedere in questo scritto – pietra miliare nella formazione di un agguerrito e maturo pensiero federalista in Italia – la conferma che Cattaneo, oltre a formulare un’interpretazione molto precisa della città come componente essenziale della «civiltà lombarda», avesse anche posto, nei contenuti e nei metodi di interpretazione, il tema sempre centrale della riflessione federalista di ieri e di oggi. Esso si compendia nel ruolo costante e stimolatore di energie e di progresso rappresentato dallo sviluppo della complessità territoriale – sia lombarda che italiana ed europea – quale si era venuta configurando attorno agli stratificati ed antichissimi tessuti sociali e culturali urbani.

Norberto Bobbio (1908-2004) in un saggio assai fortunato del 1970 successivamente raccolto nel volume dedicato a Cattaneo e titolato Una filosofia militante ha scritto crudamente che un pensiero pur vigoroso come quello del pensatore milanese alla fine accese «soltanto fuochi di paglia» nella cultura e nella vita civile italiana. La chiave per capire questa “sfortuna” sta – secondo Bobbio – nel fatto che fu un riformatore; appartenne cioè ad una specie che ebbe sempre «vita stentata» in un Paese come il nostro «troppo vecchio e troppo in ritardo… per avere la pazienza di aspettare: col risultato che, invece di riforme tempestive, abbiamo sempre trovato sulla nostra strada rivoluzioni brevi e controriforme lunghe». Quindi Cattaneo, «il più lucido e intemperante e caparbio dei riformatori – così lo definiva Bobbio – non poteva sottrarsi alla sorte di tutti coloro che lo avevano preceduto e bene o male lo seguiranno». Si tratta di giudizi assai netti e fondati ai quali, tuttavia, corrisponde oggi in termini non solo più culturali ed ideali ma anche politici e, quindi, operativi la già rilevata formazione di un movimento federalista importante quanto pugnace. Perché, va aggiunto, il federalismo come ha insegnato Cattaneo è anzitutto consapevolezza culturale e civile della forza delle libertà e della capacità di assumere ed esercitare le responsabilità civili. Tutto quello cioè che è mancato e manca gravemente nella cultura italiana e, soprattutto, nella sua moralità politica ed istituzionale. L’Italia unitaria e prefascista, per non parlare di quella fascista e mussoliniana, ignorò o quasi Cattaneo. Solo pochi studiosi anticonformisti e positivi compresero e divulgarono in cerchie qualificate intellettualmente ma, purtroppo, assai limitate dal punto di vista numerico il suo pensiero ed il suo insegnamento: Arcangelo Ghisleri (1855-1938), Gaetano Salvemini (1873-1955), Luigi Einaudi (1874-1961), Alessandro Levi (1881-1953) oltre ai più giovani Piero Gobetti (1901-1926) e Giulio A. Belloni (1902-1957).

Per una ripresa sistematica, rispettosa e propositiva del valore della sua elaborazione e testimonianza occorre arrivare al 1946 quando – ricorrendo il novantottesimo anniversario delle Cinque Giornate di Milano e nel clima del Secondo Dopoguerra e della faticosa costruzione di ordinamenti politici democratici e partecipati – Alessandro Levi (autorevole filosofo del diritto, studioso del Romagnosi oltre che del Cattaneo) assunse la presidenza del “Comitato Italo-Svizzero per la pubblicazione delle opere di Carlo Cattaneo”. Da allora gli studi su Cattaneo, la presentazione e la diffusione dei suoi testi e del suo pensiero sono andate sempre più crescendo e qualificandosi.
 

Il testo integrale è stato pubblicato nel volume Euroregioni quale futuro. Progetti e ipotesi a confronto.

 

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